«La corruzione spuzza», per Raffaele Cantone, presidente dell’Anac. E non solo. «È come la mafia» , sostiene Rosario Faraci, docente di Economia all’università di Catania. Il quale argomenta: «Come la criminalità organizzata, per quanto fenomeni diversi ontologicamente e storicamente, la corruzione non crea sviluppo economico, ma lo frena. Nella sua visione proprietaria del denaro pubblico, sottrae futuro alle giovani generazioni ed erode la fiducia dei cittadini nello Stato democratico. Dunque ammazza l’economia». E fin qui potevamo arrivarci anche noi. Ma il punto, dopo l’ennesima inchiesta sul malaffare in Sicilia, è un un altro. E la questione corrisponde a una domanda: qual è il costo che la nostra terra paga – in termini concreti – per la corruzione in servizio permanente effettivo nelle stanze della politica, della pubblica amministrazione e dell’imprenditoria malata? Faraci, all’inizio, risponde da economista “rigido”: «Non ci sono stime ufficiali e i numeri sovente riportati sui media non sono del tutto verificabili, come sostiene peraltro Carlo Cottarelli nel suo ultimo libro sui sette peccati capitali dell’economia italiana. Uno di questi peccati è la corruzione e in Italia varrebbe non meno di 60 miliardi all’anno, pari al 3,5% del Pil». Da dove arriva questo numero? «Probabilmente lo si è sempre ricavato riportando su una scala territoriale più ristretta, appunto il nostro Paese, la stima di Daniel Kaufmann nel 2004 che valutava la corruzione globale in un trilione di dollari, dunque pari al 3% del Pil mondiale». Il docente catanese, dopo apprezzati interventi in convegni organizzati da Lions e Generazione Y, prova ad andare oltre. «Idealmente, dovremmo sommare tutte le mazzette pagate dai corruttori per stimare il costo monetario della corruzione. A ciò dovremmo aggiungere le forme di corruttela non monetarie che, a fronte di benefici attesi sul versante del rapporto con la pubblica amministrazione, comunque comportano subito un onere per chi corrompe e un beneficio per chi le riceve. Praticamente impossibile…». E allora ci arrendiamo? No. «Si può però partire da un dato recentemente esitato dall’Istat e riferito al valore dell’economia illegale in Sicilia. L’economia illegale peserebbe per il 19,2% del Pil della Sicilia, pari a 14,95 miliardi su un totale del prodotto interno lordo che al 2015 era di 77,89 miliardi di euro». Dunque, «dentro l’economia illegale potrebbe starci il costo sociale della corruzione». E «se prendessimo per buone le stime di Kaufman» (cioè che la corruzione pesa per il 3% sul totale del Pil) e «considerassimo che l’incidenza del fenomeno nel Sud è superiore al 30-50% rispetto alla media nazionale, in Sicilia il costo annuo della corruzione – stima Faraci – sarebbe almeno di 4-4,5 miliardi di euro». Ecco, ci siamo arrivati. A un numero. Empirico, certo. Ma magari non distante dalla realtà: ognuno dei 5 milioni di siciliani, neonati e ottuagenari compresi, paga una tassa di circa 800 euro l’anno agli “esattori” delle mazzette. E il dato non fa che confermare la teoria cantoniana dello “spuzzo”: «Se consideriamo che l’indebitamento complessivo della Regione è di 8 miliardi di euro e il disavanzo di 6 miliardi – ricorda il docente – possiamo affermare che la corruzione è un costo improprio per la collettività e un freno allo sviluppo economico». Faraci indica un’ulteriore tecnica per valutare il peso della corruzione nell’Isola. E cioè «procedere per indizi, e cioè calcolare sia le mancate entrate derivanti da imposte non dichiarate (appunto quasi 6 miliardi, ndr), nonché gli oneri aggiuntivi derivanti dai ritardi nella consegna delle opere pubbliche appaltate, quindi il valore delle cosiddette incompiute». Ecco, un altro elemento. In base ai dati del Simoi (Sistema monitoraggio opere incompiute) del ministero delle Infrastrutture), aggiornati a fine giugno del 2017, le incompiute in Sicilia sono 159 per un totale intervento pari a 501.402.915,42 euro e un importo complessivo degli oneri per l’ultimazione dei lavori di 255,950.335,51 euro (maggiorazione del 51,04% sul valore dell’appalto). «È in quelle voci di mancate entrate e in quelle maggiori spese che si annida la corruzione», ricorda il docente di Economia. E infine i danni sull’ambiente e sulla salute. «Sono significativi al riguardo i dati del Rapporto EcoMafia 2017 e del report “Curiamo la corruzione” di Trasparency Italia International». E infine un dato, tutto siciliano, tratto dall’ultima relazione della Corte dei conti regionale: 105 sentenze di condanne contabili per corruzione pronunciate nel 2017 (nei confronti di amministratori, pubblici dipendenti, percettori di contributi pubblici e soggetti legati alla pubblica amministrazione da un rapporto di servizio), per un controvalore di 14,4 milioni (+50% rispetto al 2016). E relativi risarcimenti disposti: 10 milioni a favore di Regione ed enti locali; 3,4 milioni ad Amministrazioni dello Stato; 0,9 milioni ad Aziende sanitarie. Numeri importanti, se considerati nel loro contesto. Gocce di giustizia, nell’oceano della corruzione siciliana.

Fonte: lasicilia.it (http://www.lasicilia.it/news/home/159675/corruzione-una-tassa-occulta-per-i-siciliani-ci-costa-800-euro-a-testa.html)

Davide Difazio, giornalista iscritto all’albo nazionale dei giornalisti, elenco pubblicisti Sicilia, dal 09/05/2003 N° di tessera 098283, protagonista di diverse trasmissioni televisive in Rai e Mediaset ha collaborato con diverse testate giornalistiche nazionali ottenendo risultati lusinghieri. Fondatore della testata giornalistica Siciliareporter.com, in pochi anni , è riuscito a far diventare il portale un importante punto di riferimento per l'informazione siciliana.