«Io, catanese che lavora in Cina: la mia vita in pausa per il coronavirus»

«Io, catanese che lavora in Cina: la mia vita in pausa per il coronavirus»
Coronavirus

Sono le 15 di una qualunque giornata e ho appena aperto gli occhi. Guardo dalla finestra e fuori piove, sarebbe una giornata qualunque se non fosse che mi sono svegliata così tardi e che mi trovo a Shanghai, in Cina. Osservo le poche macchine che passano veloci e hanno il ritmo opposto a quello delle mie giornate in questo momento, mi sembra come se la mia vita e quella di tutti gli abitanti qui sia in pausa.

Guardo internet e scopro che in Italia c’è Sant’Agata, Sanremo, le solite lotte politiche e mi rendo conto che ho perso il conto dei giorni e che quasi non so nemmeno che data sia oggi. Non ho paura, come non hanno paura tutti gli altri italiani che sono qui, sono solo stanca. Sono a casa da 17 giorni e vorrei fare una passeggiata, vorrei tornare in ufficio, vorrei svegliarmi alle 9 del mattino con il telefono che suona e le mille email che mi ricordano che questo Paese non dorme mai, ma non posso. Non posso perché è scoppiato un virus che, per ragioni di sicurezza, non ci permette di stare fuori per le nostre normali attività. Io non ho la mascherina regolamentare (come tanti qui in questo momento) e sono pure ipocondriaca, quindi figuratevi.

Durante la giornata si fa quel che si può. Se hai
famiglia o non vivi solo cerchi di creare delle attività a casa, di
trascorrere del tempo di qualità con le persone che ami, se sei solo,
come me, ti arrangi con tutte le attività che il governo, i privati, le
aziende, stanno postando su internet per cercare di dare un supporto
giornaliero alle persone. Corsi di yoga e mybarre in live streaming,
lezioni di lingua online, gruppi di meditazione in video conferenza su
wechat, film in streaming, gruppi di supporto (sempre su wechat) per chi
ha ansia, concorsi di creatività e liste di buoni propositi e dei goal
per il 2020 da condividere con gli altri, tutto gratuito, tutto per
supportarci a vicenda. Ogni giorno sul telefonino riceviamo un messaggio
dalla città di Shanghai che ci dà suggerimenti, ci spiega se ci sono
delle nuove normative, e ci dà supporto con frasi confortanti. Tenere
alto il morale è la priorità sia per chi è chiuso in casa sia per chi è
in ospedale. Tutti stanno dando una mano e stanno provando a
contribuire.

C’è uno studente 21enne sudafricano, Munyaradzi
Gurure, diventato volontario alla stazione dei treni di Yulin. Lavora
quattro ore al giorno, insieme con altri volontari, per disinfettare la
stazione e controllare la temperatura di tutti i passeggeri.
Condividiamo costantemente tutte le notizie che abbiamo nei vari gruppi
di wechat e cerchiamo di rassicurarci a vicenda.

Sono stati lanciati diversi siti e account ufficiali
di wechat per monitorare costantemente il numero degli infetti, dei
deceduti, dei dimessi ma anche semplicemente la lista aggiornata delle
compagnie aeree che hanno cancellato o sospeso i voli dalla Cina. A
Shanghai, in aeroporto, oltre al controllo della temperatura, viene
fatto compilare un modulo con diverse domande relative alla presenza
della persona in Cina e al possibile contatto con la città di Wuhan. Per
evitare il contatto con penne e fogli ogni persona che sta per
imbarcarsi deve scannerizzare un qr code presente agli imbarchi e
rispondere alle domande direttamente sul proprio cellulare.

Ogni giorno ricevo messaggi e email dalle parti più
disparate del mondo. Alcune sono amici che vogliono sapere come sto e
non vogliono lasciarmi sola (anche se la maggior parte mi telefona),
altri sono sconosciuti, curiosi, gente che ha fame di sapere cosa sta
succedendo, di sapere se è vero che mangiamo le zuppe di pipistrello, se
è confermato che non c’è cibo, se hanno costruito un ospedale in 10
giorni a Wuhan perché prima non ce n’erano, se lanciamo gli animali
domestici dai palazzi, se è vero che se prendi il coronavirus muori sul
colpo (come si vede in tanti video che stanno circolando su internet).

Nel mio piccolo sto cercando di contribuire facendo
un live streaming sulla mia pagina di Facebook “Ve la do io la Cina” per
sfatare questi miti e per raccontare veramente cosa sta succedendo qui.
Forse è questa la cosa che rende più stanca me e tutti quelli come me
che sono in Cina, leggere tutte queste bugie su internet e doverle
confutare, talvolta arrivando a litigare, con chi le racconta o con chi
te le chiede. No, non mangiamo la zuppa di pipistrello, il video che sta
circolando su internet risale al 2016 e lo ha postato un’influencer
cinese di viaggi che all’epoca era a Palua e per il suo video voleva
mostrare cosa mangiassero gli abitanti locali. Di Palua, non cinesi. Non
è vero che non abbiamo cibo, semplicemente, come facciamo ormai da
anni, molto prima del coronavirus, ordiniamo al supermercato e al
ristorante direttamente da un’applicazione e la spesa ce la portano a
casa (da noi il servizio di consegna a domicilio da tutti i ristoranti
esiste da più di 20 anni). No, nessuno sta lanciando gli animali
domestici dai palazzi, anzi. No, le persone che hanno il coronavirus non
muoiono sul colpo, i video che stanno circolando sono un’accozzaglia di
immagini prese dai social media cinesi di scene che la gente ha
filmato, in altri momenti, in periodi in cui il coronavirus non c’era.
Ma la gente queste cose non vuole sentirle.

Mi chiedono se voglio tornare a casa, mi chiedono
perché non torno a casa. Che senso avrebbe? Mettermi su un aereo con
chissà quante persone dovrebbe farmi essere meno a rischio di stare
dentro casa mia a Shanghai? Non sono la sola ad avere scelto di rimanere
e tanti stanno tornando in Cina in questi giorni per rientrare a
lavoro, per ritrovare una parvenza di normalità.

A Shanghai, al momento, le scuole e le università
riprenderanno il normale corso il 17 febbraio, gli uffici il 10
febbraio. La vita non si è fermata, al momento si è semplicemente
spostata su internet, dove stiamo cercando di ritrovare in qualche modo
la nostra “normalità”. Qui non abbiamo ancora l’obbligo della mascherina
quando siamo fuori, a Pechino, il governo lo ha imposto a tutti gli
abitanti che prendono la metropolitana.

In questi giorni leggo di tante persone terrorizzate
nel resto del mondo solo perché diverse città cinesi sono in lockdown,
“chiuse”, senza possibilità di uscita. E mi chiedo se la gente si rende
conto che stiamo parlando di un miliardo e seicento milioni di persone,
che la chiusura delle città è una cosa normalissima in via
precauzionale, che per noi che abitiamo qui non è una cosa dell’altro
mondo, anzi, ci dà sicurezza.

Ci fa rabbia leggere di chi sta boicottando
ristoranti e negozi cinesi perché “magari hanno avuto rapporti con i
fornitori a Wuhan” o perché “il cibo dove lo prendono?”

Io e tutti quelli che siamo qui non abbiamo paura,
abbiamo stanchezza, tanta rabbia e siamo senza mascherine. Qualche
giorno fa, mentre ero in live streaming, ho chiesto, quasi per battuta,
di smettere di acquistare mascherine in Italia per tenerle a casa ma di
mandarle a noi in Cina che ne abbiamo bisogno. Qualche minuto dopo ho
ricevuto tantissimi messaggi di italiani da tutto il mondo che mi
chiedevano dove poterle acquistare e dove spedirle. È stata una
sensazione straordinaria vedere tutta questa solidarietà e, per la prima
volta dopo 17 giorni, sentire che anche noi qui da casa potevamo essere
utili. Così, con le altre associazioni regionali italiane (io sono la
presidente dei Siciliani) e con il supporto del consolato, abbiamo
lanciato un appello in Italia a tutti i privati e le aziende per
reperire mascherine.

Abbiamo trovato due aziende (BDM e Savino del Bene)
che ci stanno sponsorizzando i magazzini in Italia per depositare le
mascherine prima di farle arrivare in Cina. Un ragazzo catanese, Ettore
Maiorana, ci ha regalato 2200 FPP3, ha speso da solo più di 3000 euro
per darci una mano. Queste sono le cose che ci danno forza, questo virus
è un male per tutti, non solo per la Cina. Abbiamo tempo solo fino al 9
febbraio per raccogliere questo primo stock di mascherine e speriamo di
riuscire a coprire il fabbisogno di adulti e bambini a Shanghai e in
altre città. Se volete darci una mano questi sono gli indirizzi dove
spedire le mascherine: BDM Roma Hub: via Galileo Galilei snc 00012
Guidonia Montecelio (RM) e BDM Milano Hub: via Morandi 56 20090 Segrate
(MI) via Schiapparelli, 38 – 50019 Firenze; Savino Del Bene S.p.A. Italy
– Osmannoro (Fi).

E questi sono i modelli di mascherine che ci servono: N95 (modelli 1860 e 9132) o le equivalenti FPP3 o mascherine chirurgiche.

Siamo praticamente in balia degli eventi al momento. Personalmente sono anche senza passaporto perché sto rinnovando il permesso di soggiorno e, vista la situazione, il mio documento è ancora bloccato all’agenzia dei visti. L’unica preghiera che arriva da qui, da un’italiana in Cina, è di darci una mano, di non trattare il cinese come un appestato, di non scatenare razzismo, di non avere paura. La Cina, l’Asia in genere, sono casa mia da 10 anni e piange il cuore a me e a tutti gli italiani che sono qui vedere cosa sta accadendo nel mondo in questo momento. Siamo tutti Cina oggi. Non abbiate paura…e tifate per noi.

Fonte: lasicilia.it
(https://www.lasicilia.it/news/catania/324219/io-catanese-che-lavora-in-cina-la-mia-vita-in-pausa-per-il-coronavirus.html)

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